La dieta rigida aiuta a perdere peso?

Uno schema alimentare severo porta davvero i risultati sperati? Vediamolo in questo articolo

Raffaella Cerroni   -  dietista
Pubblicato il 16 Aprile 2021
Raffaella Cerroni - dietista
dieta rigida

Spesso i pazienti chiedono schemi rigidi per arrivare a raggiungere il peso ideale, ma non sempre questo è il giusto modo per conseguire l'obiettivo desiderato; infatti la privazione protratta nel tempo potrebbe provocare uno stato di frustrazione che può portare a vanificare tutti gli sforzi, riportando al punto di partenza.

Per evitare ciò è importante imparare ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere le proprie emozioni e accettarle: solo così si può raggiungere la piena consapevolezza che consentirà di avere un rapporto migliore con se stessi e con il cibo. Non tutti i giorni sono uguali; a volte la stanchezza, la tristezza, la noia e lo stress causati dalla routine quotidiana prendono il sopravvento, e quando si fanno sentire non vanno sottovalutati perché potrebbero essere proprio questi gli elementi alla base di una dieta squilibrata e disordinata.

In una dieta non dovrebbero esistere lo “sgarro” o “il pasto libero”, ma dovrebbero essere le emozioni a passare in primo piano. Se non si è in grado di riconoscerle e approfondirle il consiglio è quello di iniziare un percorso con professionisti qualificati che aiutino a fare chiarezza. La fame emotiva, cioè il bisogno di mangiare per placare le emozioni, è un importante fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare e per l'obesità.

Il comportamento alimentare, normalmente, è regolato dai meccanismi fisiologici della fame e della sazietà che permettono di garantire un equilibrio tra assunzione calorica e dispendio energetico, tuttavia questi non sono gli unici meccanismi che hanno un risvolto sul nostro organismo. Altri fattori di natura sociale e, come abbiamo già visto, psicologica sono altrettanto influenti.

Il binomio magrezza-bellezza è uno stereotipo che tende a far breccia soprattutto tra i giovani, ancor di più se essi sono soggetti a fragilità emotive. Le insicurezze da esse provocate, se immerse in contesti sociali -siano essi rappresentati da amici o parenti- che prendono come esempi dei modelli scorretti, facilmente degenerano nell’adozione di metodi estremi per riuscire a raggiungere un ideale.  Il conseguimento di un obbiettivo ideale sarà diventato a quel punto uno strumento essenziale per l’integrazione sociale e il desiderio accecante di riuscire nell’intento non permetterà di capire quale sia il metodo più giusto.

Ne consegue una vera e propria “corsa” al raggiungimento del peso ideale, che troppo spesso porta ad assumere comportamenti nutrizionali inadeguati fino ad arrivare a seguire un regime alimentare caratterizzato da un’alternanza di restrizioni e abbuffate. Lo sforzo, dovuto a schemi troppo rigidi, e la frustrazione, derivante dagli inevitabili momenti di cedimento, saranno stati vani al fine di ottenere risultati efficaci.

È necessario abbandonare il concetto di peso ideale e comprendere che l’obiettivo non può essere un numero scritto su una bilancia, ma che esso è da ricercarsi in uno stato di benessere psico-fisico.

Un approccio nutrizionale più flessibile prevede schemi senza grammatura, non giornalieri ma a sostituzioni, che contengano tutti gli alimenti nella giusta frequenza, senza privazioni categoriche. È proprio questo tipo di approccio che si è dimostrato il più efficace.

Spesso i miei pazienti, alla fine di un percorso di educazione nutrizionale, mi ringraziano perché non solo sono soddisfatti dell’obbiettivo conseguito, ma anche perché si sentono meglio. Al fine della conquista del benessere psico-fisico bisogna che si instauri una sinergia tra il paziente e il nutrizionista.

Per questo motivo la mia risposta ai loro ringraziamenti è: “Non ho la bacchetta magica! Se ora ti senti bene il merito è soprattutto tuo”.